la relazione del segretario provinciale al cpf del 3 luglio

admin 4 luglio 2017 0
la relazione del segretario provinciale al cpf del 3 luglio

Dmitrij Palagi, Segretario provinciale PRC Firenze, relazione introduttiva per il Comitato Politico Federale del 3 luglio 2017

Il termine globalizzazione deriva dal francese, contrariamente a quanto viene comunemente ipotizzato in tempi di diffusa anglofonia. Su un vocabolario la definizione asciutta, curiosamente sintetica, lo definisce come una “tendenza politica, economica e di fenomeni sociali ad operare in una dimensione mondiale superando i confini dei singoli stati” (1).

L’impatto delle nuove tecnologie rispetto all’organizzazione della comunità umana è irreversibile. È pensabile contestare la fuorviante visione per la quale la storia è un susseguirsi di progresso e conquiste, ma non possiamo sottostimare il radicale mutamento intercorso negli ultimi decenni. Parlare di politica internazionale non può ridursi oggi alla geopolitica, ai conflitti tra stati o all’ambito della diplomazia. Sebastiano Maffettone, liberale e professore di filosofia politica della LUISS, scrive, sulla Domenica del Sole 24 Ore del 2 luglio: «la de-materializzazione progressiva della realtà e la sua progressiva trasformazione in dati e connessioni tra dati non può non avere conseguenze per il modo in cui comunichiamo e quindi concepiamo i valori politici. La visione politica deve essere in grado di processare adeguatamente quanto accade nel mondo e questo dipende in parte notevole dall’interazione tra tecnologie e comunicazione» (2). L’impatto della televisione rispetto alla guerra del Vietnam aveva illuso rispetto ad una capacità dei nuovi mezzi di informazione di mobilitare la coscienza delle opinioni pubbliche verso un rafforzato senso di verità e giustizia. Sappiamo perfettamente come non sia così. La giustificazione dei bombardamenti in Jugoslavia e Medio Oriente a cavallo del nuovo millennio ci indicano l’uso distorto della propaganda, mentre l’indebolirsi del movimento pacifista nel corso degli anni ci indica l’affermarsi di un sentimento di rassegnazione o indifferenza tra le società occidentali. Abbiamo la guerra in casa e non riusciamo a comprenderlo, in quanto europei. Quanto accade a est dell’Ucraina viene volutamente ignorato, così come il rafforzamento della NATO nel vecchio continente, mentre anche testate progressiste (come il settimanale Pagina99 (3)) prestano il fianco alla peggiore propaganda atlantica ai danni della Russia, avvertendo del possibile bombardamento atomico della Svezia da parte del Cremlino. Non riusciamo neanche a fare i conti con la nostra storia recente. Mentre nella sinistra italiana riprendono fiato le polemiche su quanto avvenuto nei Balcani tra il 1992 e il 1995, a Sarajevo aprono gli unici musei dedicati al conflitto: sono tutti privati e pare rispondano principalmente ad esigenze di mercato, cioè alla sensibilità del turismo di guerra (4). Il sangue e le vittime dei conflitti non sono virtuali. Esiste una parte del globo ancorata alla materialità della violenza, in cui la miseria non lascia spazio ad alcuna disquisizione teorica. Questo avviene anche sotto forme di sfruttamento ritenute ottocentesche, secondo la narrazione per la quale è finito il tempo del lavoro umano, sostituibile dall’automazione. La lavorazione del cotone e del cuoio alla base dei prodotti acquistati sul nostro territorio avviene attraverso la schiavitù di milioni di persone, come ad esempio accade in Bangladesh. Di quest’ultimo paese abbiamo sentito parlare nel 2013, dopo una tragedia nella quale era coinvolta anche l’azienda italiana Benetton: di quali condizioni imponga l’industria tessile lungo il processo produttivo non discute nessuno, nonostante i frutti di questa economia facciano parte della nostra vita quotidiana. Troppo spesso questa parte della discussione politica si risolve in forma individuale, con il mercato equo e solidale pronto a lenire le nostre coscienze, pur non offrendo altrettante soluzioni a chi vive in difficoltà economica. Magari esce un articolo su il manifesto (5), però poi non rimane che un ritaglio di giornale.

In questo senso è rilevante ascoltare le parole di Pierluigi Bersani in piazza Santi Apostoli, del primo luglio 2017, relative alla fine del secolo scorso. «Noi negli anni ‘90 abbiamo vinto ovunque. In Europa, negli Stati Uniti, nella parte crescente della globalizzazione. Perché noi proponevamo una globalizzazione dal volto umano. Jospin diceva: “economia di mercato sì, società di mercato, no”. Poi in quella fase tante sinistre ci furono. Alcune di quelle anche subalterne. Ma io non sono d’accordo con chi condanna quella fase». Le ricette furono giuste, ma la fase è cambiata, spiega uno dei principali esponenti del nuovo centrosinistra alternativo a Matteo Renzi. Sul tema dell’apertura siamo invece chiamati ad aprire una riflessione. Luca Ricolfi, sociologo e docente di psicometria a Torino, ha recentemente pubblicato un libro dal titolo Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi (6). Non si tratta certamente di un autore militante del comunismo occidentale e propone analisi opinabili, anche se le domande poste sono di suggestivo e indubitabile interesse. «Non è la risposta che è sbagliata, è la domanda che non funziona. […] Il problema della sinistra non è che non sa dove andare, ma che non capisce dove si trova. E se non sai dove sei, non puoi sapere che strada prendere» (7). E ancora: «la sinistra impegna le sue migliori energie comunicative per dissolvere i problemi che la gente normale percepisce come tali» (8), come quello dell’immigrazione. Secondo l’autore il politicamente corretto, la difesa delle nuove tecnologie come strumenti di democratizzazione (ad esempio internet) e il sostegno alla globalizzazione sarebbero le caratteristiche che distinguerebbero i riformisti ed il campo del socialismo europeo rispetto alle destre. Paul Mason, economista e giornalista attivo nel Labour di Corbyn, evidenzia come il tema dei migranti sia stato centrale nel voto operaio a favore della Brexit, ricordando come il problema riguardi anche la mobilità interna all’Unione Europea. Pur avendo preso posizione per il remain, il laburista britannico insiste persino sulla necessità di «sospendere per un periodo consistente» (9) il libero movimento. Sull’importanza di internet e delle lotte dei movimenti a livello globale ha argomentato invece la femminista Judith Butler, su connessioniprecarie.org (10), con un’intervista uscita in versione ridotta anche su il manifesto. Esiste una eterogeneità di posizioni sia nel campo socialista/socialdemocratico che in quello dei movimenti più radicali, oltre che in quello del GUE. Il tema dell’apertura delle società attraversa categorie da ridefinire, su cui pure la sinistra e le forze comuniste potrebbero contare: internazionalismo ed universalismo, ad esempio, a cui ha accennato anche Paolo Ferrero all’iniziativa sulla marginalizzazione della povertà e repressione del dissenso tenuta al Teatro della Casa del Popolo del Lippi  del 27 maggio 2017, di cui a breve pubblicheremo gli atti.

Non è facile uscire dalla schematizzazione interpretativa proposta quasi unanimemente, tra i populisti favorevoli alla chiusura delle comunità ed i sostenitori della globalizzazione. Quasi tutte le tornate elettorali occidentali vengono ridotte a questa lettura, se ci pensate. Rischia di diventare tutto inutilmente astratto, ad inseguire la narrazione del capitale. L’Unione Europea si modella quale golem creato a difesa delle élites finanziarie (il riferimento giudaico è voluto, date le intollerabili note di antisemitismo talvolta riscontrabili in alcuni ambienti), mentre viene rimossa ogni complessità del presente e del recente passato. Eppure essere contro non basta, così come ci ha dimostrato un ventennio di tentata opposizione a Berlusconi, o come più recentemente ha  testimoniato la sconfitta della Clinton negli Stati Uniti. Bauman ha favorito la diffusione del termine glocale, per evidenziare la stretta connessione tra il piano globale e quello locale. Diventa prioritario riuscire ad aprire una riflessione al nostro interno su cosa siamo. Nell’introduzione alla recente edizione del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, sempre il nostro ex Segretario nazionale scrive: «la riflessione su una corretta impostazione del tema della costruzione del soggetto della trasformazione non è quindi una fisima per intettuali perdigiorno ma un problema politico di prima grandezza, uno dei principali problemi politici con cui dobbiamo misurarci» (11).

Radicarsi nella materialità e nella realtà è l’unico antidoto per guarire dalle condizioni in cui versa il nostro Partito (a me colpisce molto la leggerezza con cui alcuni militanti confessano di considerarlo “morto”, anche se “meno morto” delle altre realtà). La nostra organizzazione, continuo a ribadirlo, ha senso se è strumento utile per lo sviluppo della coscienza di classe e per la difesa degli interessi di questa. Dovrebbe fornire degli strumenti per un’azione condivisa e una risposta non individuale al sistema di cose presenti. Prevale invece oggi una frammentazione nelle pratiche, sempre più corrispondente all’assenza di una riflessione condivisa e di sintesi, che sia patrimonio comune e condiviso. Forse anche per questo si possono spiegare le numerose scissioni e l’impressionante numero di persone con un passato militante in Rifondazione ed oggi ferme fuori dal perimetro della pratica politica. Ho avuto modo di dirlo ad un attivo di zona: ci parliamo addosso, abbiamo disimparato ad ascoltare, viviamo i problemi in una dimensione individuale e ci diamo da soli le risposte. Questa situazione non dipende da fattori esclusivamente soggettivi. Non ci sono al di fuori di noi processi partecipativi efficaci ed in controtendenza, sul piano generale. La crisi della rappresentanza riguarda tutte le forme conosciute a partire dal secondo dopoguerra. Per non disperdere quel patrimonio di militanza dobbiamo però sviluppare una maggiore consapevolezza relativa a noi stessi e al contesto in cui agiamo, a partire da una riflessione sul tempo che abbiamo e su come lo utilizziamo. Dopo l’estate mi permetterò di tornare su questo punto.

Intanto, in conclusione, vorrei evidenziare come questa relazione sia tutt’altro che distante rispetto a quanto siamo chiamati a fare sul piano organizzativo e all’interno del percorso per un’alleanza popolare partito al Brancaccio. Ho avuto modo di esplicitarlo qualche giorno fa allo Stensen (12). All’interno dello spazio politico apertosi durante la battaglia per il no al referendum costituzionale abbiamo l’opportunità di dare un senso ai lunghi anni di lotte a difesa delle conquiste sociali in termini di lavoro, sanità, istruzione, pensioni, et cetera. Dopo anni di derisioni ed accuse di settarismo, senza alcun intento vendicativo e privi di ogni rancore, possiamo testimoniare come fosse possibile opporsi alle politiche dei governi di centrodestra e centrosinistra, così come a quelli tecnici, anche dopo il movimento altermondialista. Possiamo dimostrare come la presunta globalizzazione dal volto umano sia tra le cause delle condizioni in cui viviamo nel presente. Abbiamo modo di evitare ogni ambiguità sugli obiettivi che deve porsi una sinistra adeguata ai tempi in cui viviamo. Il partito deve essere uno strumento che favorisce il nostro contributo a processi reali di aggregazione, con chiari obiettivi politici. Il momento elettorale deve essere un passaggio di verifica del consenso rispetto alle pratiche che scegliamo, da verificare puntualmente e criticamente.

Noi diamo per scontati elementi che non lo sono. Decostruire la nostra idea di partito per ricostruirne una condivisa, in tempi rapidi, è propedeutico e funzionale al tentativo di coinvolgere nuove compagne e nuovi compagni nella ricostruzione di Rifondazione, già subito dopo la pausa estiva, intensa per le numerose feste in cui saremo impegnati. Ogni altra polemica interna, subalterna ai titoli di Repubblica e alle scalette dei telegiornali nazionali, merita di essere messa da parte. Altrimenti il non scioglimento della nostra organizzazione rischia di rimanere una declamazione ed uno slogan, mentre sempre più compagni si fanno prendere dalla stanchezza.

Il percorso fatto in queste settimane conferma che abbiamo le forze, le energie e l’intelligenza per compiere un percorso da cui trarre importanti e certi risultati. Approfittando della recente pubblicazione di alcuni scritti di Lenin, a cura di Vladimiro Giacché, chiudo con una citazione, parafrasata: «quello che ci interessa non è l’ineluttabilità della vittoria finale del socialismo. Ci interessa la tattica alla quale dobbiamo attenerci noi» (13) per impedire di essere schiacciati dagli avversari di classe.


Rispetto alle elezioni amministrative 2017, al lavoro di inchiesta da avviare a settembre sul territorio e agli aspetti organizzativi legati agli attivi di zona tenuti a giugno 2016 ci saranno interventi specifici che accompagneranno questa relazione.


(1) Gedea – Grande Dizionario della Lingua Italiana, De Agostini editore, Milano, 2005, pp. 2001-2002.

(2) Sebastiano Maffettone, Ipotesi Blockchain in politica, Il Sole 24 Ore, Domenica, 02/07/2017, p. 24.

(3) Alberto Bellotto, Se Mosca non rispetta gli accordi nucleari, Pagina99, Anno 4, n. 26, 30/06/2017, pp. 14-15.

(4) Matteo Tacconi, Tre nuovi musei a Sarajevo contro i vuoti di memoria,  Pagina99, Anno 4, n. 26, 30/06/2017, p. 17.

(5) Emanuele Giordana, Dai campi di cotone uzbeki alla boutique, filiera criminale, il manifesto, 02/07/2017, p. 7.

(6) Luca Ricolfi, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, Milano, 2017.

(7) Luca Ricolfi, Sinistra e popolo, op. cit., p. 66.

(8) Ivi, p. 165

(9) Leonardo Clausi, intervista a Paul Mason, «Corbyn deve prepararsi a governare», il manifesto, 02/07/2017, pp. 4-5.

(10) Paula Rudan, Dare forma alla radicalità del conflitto. Un’intervista a Judith Butler, www.connessioniprecarie.org/2017/07/01/dare-forma-alla-radicalita-del-conflitto-unintervista-a-judith-butler/.

(11) Paolo Ferrero, Introduzione, Karl Marx – Friedrich Engels, Edizioni Q, Roma, 2017, p. 23.

(12) Attuare la Costituzione, intervento del Segretario provinciale di Rifondazione, 22 giugno 2017, www.prcfirenze.org/attuare-la-costituzione-intervento-del-segretario-provinciale-di-rifondazione/.

(13) Lenin, Economia della rivoluzione, Il Saggiatore, Milano, 2017, p. 491.

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