Salvatore Niffoi “Pantumas”

admin 4 febbraio 2013 0
Salvatore Niffoi “Pantumas”

Sul filo del rasoio del realismo magico
Salvatore Niffoi, Pantumas

Tutti i lavori del formidabile narratore oranese Salvatore Niffoi, fin dall’esordio di Collodoro del 1997, sono giocati su un delicatissimo equilibrio tra realtà e magia, tra descrizioni estremamente terrene e situazioni al limite del verosimile. Ma in quest’ultima prova, Pantumas (fantasmi) egli sembra fare un deciso passo avanti verso il fantastico, utilizzando un originalissimo artificio narrativo per dire parole ancor più definitive sulla sua concezione della vita.
Come al solito, l’azione si svolge come su un palcoscenico, in un villaggio che è un vero hortus conclusus, dall’eloquente nome di Chentupedes; le consuete scene di abigeato, sbronze e sesso si accompagnano a una particolarità, romantica quanto può esserlo un sentimento in mezzo alla Barbagia. Uomini e donne che vivono in coppia muoiono all’unisono, per risparmiarsi lo strazio di sopravviversi. Ma Lisandru, discendente dei fondatori del villaggio, maestro carradore, muore prima della moglie Rosaria; dopo un anno, resuscita dalle proprie ceneri accompagnato da alcune bobine di pellicola che rappresentano episodi fondamentali o dimenticati della sua vita. Assoldato un indimenticabile operatore alcolizzato, la famiglia assiste all’inusitato spettacolo di una vita su celluloide, mentre Lisandru, reincarnatosi all’età della sua morte, bobina dopo bobina ringiovanisce fino a ridiventare un neonato.
Ma non accade solo questo a Lisandru durante le visioni, che partono da un furto di bambino a cui Lisandru, anch’egli bambino, assiste. Sullo schermo passa la prima storia d’amore di Lisandru, di cui Rosaria niente sapeva, passa un inverno con una nevicata durata cinquanta giorni durante il quale scoppia l’amore tra Lisandru e Rosaria, passa la prima guerra mondiale (“maledetto il re, maledetta la guerra”), passano i veri genitori di Lisandru, una “bagassa povera” e un “balente” (un delinquente), passano i traffici di contrabbando di Lisandru, passa la morte raccapricciante di una figlia bambina, passa una locandiera/prostituta sudamericana “che in vita sua aveva mangiato più mincia che pane”; passa inoltre anche un amante di Rosaria, un “marito di latte” (ché lei gli aveva allattato il figlio). D’altronde, in un intermezzo un po’ spiazzante, Niffoi afferma che a quei tempi “il matrimonio valeva ancora qualcosa”, “si rimaneva aggiogati per sempre”, “se c’era l’amore bene, altrimenti si aspettava che arrivasse” ; i coniugi “non si lasciavano al primo temporale”.
Nell’ultima bobina passa l’orrenda mammana che fece abortire la figlia di Lisandru, incinta di quattro mesi, aborto pagato con il ricavato di un traffico di sughero rubato. La figlia divenne, opportunamente, levatrice. E finalmente, Lisandru e Rosaria possono morire insieme dopo essersi detti, se non con le parole, tutto quel che era rimasto in sospeso tra loro.
Per tutto il libro spira l’aria di Macondo, e d’altronde l’artificio narrativo della vita in film non sarebbe certo dispiaciuto a un certo Garcìa Màrquez, così come la durata e la potenza del rapporto tra Lisandru e Rosaria; rapporto, ché “amore” si fa un po’ fatica a chiamarlo.
Un’ulteriore conferma del talento di Niffoi che ancora una volta ci porta al di fuori del tempo e, perché no, dello spazio, in una terra magica seppur tangibilissima in odori, colori e sapori.
Marco Toccafondi

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